Il libro – Lalabel e Corri come il vento Kiko

LALABEL e CORRI COME IL VENTO KIKO

    

Lorenzo Meinardi scrisse il testo di “Lalabel” e Loriana Lana quello di “Corri come il vento Kiko”, gli unici due brani dei Rocking Horse che non videro la partecipazione in studio di Olimpio Petrossi e per i quali non fu richiesta la mia collaborazione di paroliere. Questa coincidenza di assenze spiega come la mia attività nel campo delle sigle fosse determinata dalle scelte del produttore venuto da Rio de Janeiro. Insomma, il mio destino sarebbe stato diverso se le nostre strade non si fossero incontrate.

Come risulta da una delle sue preziose agende il nostro primo appuntamento di lavoro risale al 30 marzo 1977. Olimpio collaborava con Roberto Davini, il produttore artistico cui ero stato affidato al mio esordio in RCA, e io ero al sesto mese di gavetta da paroliere. Qualsiasi cosa scrivessi diventava carta per il cestino dei rifiuti e la stessa sorte aveva subito il testo scritto dopo quel colloquio di primavera. Attesi altri due anni prima di gioire dell’incisione di una mia cosa e mi ci volle ancora qualche mese prima di essere invitato in una sala di registrazione. Fu per il testo di “Più su sempre più su”, il motivo di punta del long playing di Ilona Staller, la pornodiva ungherese eletta in parlamento grazie a Marco Pannella. La musica, una melodia insinuante e densa di atmosfere erotiche, era stata composta da Olimpio e fu lui a curare la realizzazione dell’album riuscendo a ottenere il massimo dalle doti canore della sexistar. Qualche tempo dopo Davini lasciò la RCA e il suo posto fu assegnato a Olimpio che da allora divenne il mio punto di riferimento principale.

    

Tra i concorrenti che si erano disputati la sigla per “Lo scoiattolo Banner” c’era la coppia inedita formata da Douglas Meakin e Lorenzo Meinardi. Dougie e Lorenzo si esibivano nel coro di “Domenica in” condotta da Baudo e in “Pronto Raffaella” della Carrà. Si stimavano, erano molto affiatati e ogni volta che se ne presentava l’occasione Dougie chiamava Lorenzo a cantare per i Rocking Horse o per i Superobots. Lorenzo, che scriveva canzoni e possedeva un buon impianto di registrazione, aveva coinvolto Dougie nella creazione di un provino per “Banner”. Ma la scelta di Olimpio aveva favorito Mitzi Amoroso e le sue “Mele Verdi”, e la cassetta dei due restò in evidenza con altre in attesa di una seconda chance.

Come ho già ricordato, l’organizzazione del settore sigle RCA era articolata e soggetta a regole e tempi che non consentivano ritardi. C’erano contratti da rispettare con relative penali per chi risultava inadempiente. Ai primi giorni del 1982 il caso volle che Olimpio fosse costretto a letto da una brutta influenza mentre avrebbe dovuto scegliere e realizzare la sigla di “Lalabel”. Per il lavoro in studio avrebbe potuto chiedere l’aiuto di un collega ma la decisione sul brano più adatto a rappresentare la piccola maga precipitata sulla terra dal paese delle streghe spettava a lui. Lui aveva selezionato i provini e solo lui ne conosceva pregi e difetti. Il pezzo di Lorenzo e Dougie era gradevole e semplice nella struttura, poteva funzionare. Inoltre godeva anche di un valore aggiunto che in quella circostanza si rivelò risolutivo. Chi meglio di Dougie e dei Rocking Horse avrebbe potuto curarne l’arrangiamento e l’esecuzione? Con altri brani si sarebbero presentati problemi di cui nessuno in quel momento poteva occuparsi, come quello di mettere insieme un gruppo omogeneo e di trovare un arrangiatore. La questione del testo fu superata agevolmente grazie alla versatilità creativa di Meinardi. E l’assistenza in sala fu garantita da Guido Podestà che per l’etichetta “Original Cast” si occupava delle colonne sonore cinematografiche.

    

In un sito internet dedicato alle sigle dei cartoni ho letto una gustosa critica sull’incisione di “Lalabel”. Mac, l’autore, si sofferma sul timbro della voce mettendo in dubbio che fosse quella del grande Douglas Meakin, arrivando a ipotizzare “…uno a cui era stato detto di cantare come Dougie…”. Di fatto “Lalabel” fu cantata da cima a fondo in duo da Dougie e Lorenzo cori compresi ed è possibile che in più di un momento la voce di Lorenzo che si adattava al timbro di Dougie sia stata registrata e mixata a un volume leggermente più alto. Mentre veniva mantenuta la necessaria continuità stilistica con le precedenti sigle dei Rocking Horse, considerando i noti problemi di pronuncia del cantante inglese e l’assenza di Olimpio che sapeva individuarli e correggerli, l’interpretazione di Lorenzo permise a chi ascoltava di comprendere più facilmente tutte le parole del testo. I Rocking Horse, in formazione tipo e guidati dall’arrangiamento di Dougie, fecero un ottimo lavoro non deludendo le attese del produttore a letto con l’influenza. Con un uso pulitissimo di cassa e rullante Marvin Johnson dette corpo all’introduzione corale e al break vocale di Dougie e Lorenzo subito prima della fine del pezzo. La chitarra di Dave e il basso di Mick riproposero soprattutto nelle strofe il rock morbido e incisivo di “Lulù” mentre lo special del coro che precede la ripresa finale non raggiunse i livelli lirici dell’inserto beatlesiano prodotto nella registrazione di “Candy Candy”.

Nei giorni in cui la sigla veniva registrata, a gennaio del 1982, per effetto della fusione di alcune emittenti locali nasceva “Italia 1”. E subito inserì nel suo palinsesto i quarantanove episodi di Lalabel occupata a contrastare il mago pasticcione Biscus impugnando la bacchetta magica per soccorrere le persone in difficoltà. Insieme a “Italia 1” vedeva la luce anche “Rete 4”. “Lalabel” fu pubblicata due mesi dopo, a marzo, come lato B di “Babil Junior” dei Superobots. A mio avviso, i collezionisti che conservano questo 45 giri possiedono una piccola rarità. Non solo perché nello stesso disco sono presenti i Rocking Horse e i Superobots – questa accoppiata fu anticipata nel maggio 1981 nel 45 giri di “Misha” e “Supercar Gattiger” – ma perché i musicisti che suonarono nei due brani sono esattamente gli stessi. Non conosco i dati complessivi di vendita di “Lalabel”, ma so per certo che il 45 giri di “Babil Junior”, il lato A di cui scrissi il testo, vendette undicimila copie tra il 1982 e il 1986.

    

A novembre del 1982 Olimpio Petrossi, tra i pochi funzionari RCA a conoscenza della crisi, continuava a dividersi tra responsabilità e impegni diversi occupandosi di brani destinati al Festival di San Remo o alle telenovele brasiliane ma anche del repertorio di artisti come Gianni Morandi, Amii Stewart e Scialpi. Sapeva che per mancanza di fondi la linea dedicata alle sigle sarebbe stata tra le prime vittime della ristrutturazione e che era già condannata alla chiusura. Perciò in osservanza delle nuove priorità aziendali, quando non poteva dedicarsi contemporaneamente a due lavori ugualmente urgenti affidava ad altri la gestione di alcune sigle. Infatti alla scadenza del contratto di “Corri come il vento Kiko” dovette ricorrere nuovamente a Guido Podestà e anche a un altro collega, Renato Coppola, ma prima di farsi riassorbire dalle precedenze dettate dalla RCA operò l’ennesimo ripescaggio tra le sigle rimaste in panchina tornando indietro nel tempo di addirittura tre anni.

Nel 1979 Mike e Dougie avevano partecipato alla gara per aggiudicarsi il tema di “Arrivano le spose”, un film di Emir Kusturica, ma erano stati battuti da Goran Kuzminaz, il bravo cantautore e chitarrista di origine serba che nel 1983 sciolse il contratto con la RCA in conseguenza dell’improvviso cambio di dirigenza. Olimpio non ebbe esitazioni e disse a Podestà che quel brano firmato Meakin – Fraser aveva le carte in regola per entrare nella colonna sonora del film che narrava le melodrammatiche vicende del cavallo Kiko e della sua padroncina Giada. Quando Dougie fu informato pensò a una qualche forma di predestinazione: solo pochi giorni avanti, ancora prima che fosse scelta la musica, Guido Podestà gli aveva domandato se gli poteva interessare cantare il motivo conduttore di quel film e, in caso affermativo, qual’era il compenso che ne chiedeva. Dougie sparò una cifra importante e la cosa non ebbe un seguito fino alla svolta voluta da Olimpio che richiamava in causa non più il solo Douglas ma anche Mike e gli altri Rocking Horse.

    

Il mondo di quei giorni vedeva ancora contrapposti i due blocchi generati dagli accordi di pace alla fine della seconda guerra mondiale. I vincitori, americani e russi, si erano spartiti le nazioni dei vinti e i primi avevano esteso la propria sfera d’influenza economica e politica sull’occidente mentre i secondi avevano chiuso all’interno della cortina di ferro i paesi dell’est europeo. La Germania era divisa in due e i berlinesi vivevano l’inverno del 1982 spiandosi attraverso il filo spinato dell’ignobile muro che aveva tagliato a metà i quartieri, le famiglie e gli affetti. Piegata dai bombardamenti degli alleati nel 1945, Berlino pagava più di ogni altra città le conseguenze della guerra fredda tra USA e URSS. Sarebbero passati altri sette anni prima di poter vedere, sugli stessi schermi televisivi dove scorrevano le immagini degli anime, i ragazzi dell’ex capitale tedesca abbracciarsi ubriachi di felicità e fare a pezzi con le loro mani il muro della vergogna. Intanto, nel Libano sconvolto dalla guerra civile si alternavano momenti di tregua e di terrore nonostante l’intervento a Beirut dei contingenti militari di Stati Uniti, Francia e Italia. Ronald Regan inviava la flotta navale americana a fronteggiare la Libia di Gheddafi nel Golfo della Sirte, e a Mosca Andropov era acclamato segretario generale del Partito Comunista in sostituzione di Brežnev. L’Italia delle tangenti e dei politici corrotti faceva finta di godere ottima salute e lasciava crescere vorticosamente il debito pubblico e l’inflazione. La stagione di mani pulite era ancora lontana e chi stava avvelenando la nostra economia e impoverendo le casse dello Stato si riteneva intoccabile. Da pochi mesi eravamo anche campioni del mondo nel calcio e in tanti pensavano che la festa sarebbe durata in eterno. In quel clima comparve sugli schermi cinematografici la storia di Giada, la bambina che riceve in dono un puledro di nome Kiko e resta paralizzata per una caduta tentando di cavalcare l’amato cavallino drogato dal perfido stalliere che vuole impedirne la partecipazione al Palio di Siena. Saranno poi il miracolo dell’amore, quello del padre della piccola cavallerizza che vende tutti i suoi averi per organizzare un nuovo Palio, e la straordinaria vittoria di Kiko a salvare e guarire la tenera Giada.

    

Mentre Dougie e Mike festeggiavano la scelta di Olimpio, per Riccardo Zara sfumava la possibilità di piazzare la sua “Fanciulla di Siena” scritta appositamente per il film. Sarebbe stata l’ultima sfida a distanza tra “Cavalieri del Re” e “Rocking Horse”. Altre volte si erano trovati in competizione e l’arbitro Petrossi aveva distribuito equamente vittorie e sconfitte sempre dolendosi in cuor suo di dover escludere l’uno o l’altro. Davvero curiosa è la coincidenza nel nome dei due gruppi più famosi nella storia delle sigle tivù dei cartoon. Entrambi avevano fatto del cavallo la figura simbolo della loro musica, i primi evocando l’immagine epica dei cavalieri medioevali, i secondi quella più casalinga del cavallo di legno con cui giocano i bambini imitando i cavalieri, i cow boys o le guardie del Re. In più, riflettendo su tale combinazione ne ho scoperta un’altra: “I Cavalieri del Re” e “Il cavallo a dondolo” si erano trovati appaiati nella stessa corsa per Kiko, il cavallo protagonista del film!

Il testo del brano dei Rocking Horse fu commissionato alla giovanissima Loriana Lana e la realizzazione in studio fu affidata a Renato Coppola. Non ho mai incontrato Loriana o forse l’avrò appena vista in una delle tante riunioni di autori e produttori dalle RCA, ma le circostanze non hanno consentito che ci conoscessimo. So di lei che era una bella ragazza e che oggi è una bellissima signora. Ha scritto e scrive canzoni, libri e commedie musicali, unendo il suo nome a quelli di Paolo Conte, Ennio Morricone, Luis Bacalov, Iva Zanicchi, Lina Wertmuller e tantissimi altri, compreso il mio amico Claudio Maioli per il quale compose il testo della dolcissima “Pat, la ragazza del baseball”. A Renato, invece, mi riportano molti ricordi delle mie vicende musicali nella casa discografica di via Tiburtina. Fu l’unico dei produttori a darmi credito come cantautore e mi coinvolse in alcuni progetti finalizzati al lancio di artisti emergenti. Grazie a lui provai l’emozione di registrare la mia voce e le mie canzoni tra le stesse pareti che ospitavano i migliori cantautori della scuola romana; lavorai al “Cenacolo”, il complesso di piccoli studi di registrazione immerso nel verde sulla via Nomentana; pubblicai alcune belle canzoni interpretate da giovani cantanti, bravi ma meno fortunati di altri; guadagnai un po’ di soldi con i diritti d’autore e soprattutto mi sentii un po’ meno solo per il calore umano e l’entusiasmo che sapeva trasmettere. La RCA era un universo popolato di stelle dello spettacolo, alcune luminosissime, altre meno luminose, e tutte insieme risplendevano in un cielo da capogiro, sotto il quale molti avrebbero voluto passare un giorno o almeno qualche ora, perché lì era possibile toccare l’Arte con un dito. Le stelle danno l’idea dell’infinito e del paradiso, ma sotto quel cielo mi sentivo spesso uno straniero venuto da un mondo lontano e diverso, anche se il mio nome era finito su più di due milioni di copie di dischi. Forse quel senso di estraneità che mi prendeva anche nei momenti più fortunati lo dovevo alla consapevolezza che poche ore dopo avrei rimesso i piedi sull’altra faccia della luna, quella di un’esistenza meno avvincente in cui per pagare le bollette e l’affitto vestivo i panni dell’impiegato.

    

Della realizzazione di “Kiko” in studio non ho ricordi personali perché non c’ero. Conservo però alcuni frammenti rimasti nella memoria di Mike e Dougie e le sensazioni che provai nell’ascoltare il 45 giri appena pubblicato. Inoltre non avendone scritto il testo non vidi il filmato che serviva agli autori per farsi un’idea della storia e dei protagonisti. Perciò non saprei dire in quale misura la canzone fosse lo specchio del film. Posso solo esprimere alcune considerazioni sul brano dei Rocking Horse, che avrebbe raccolto maggiori consensi se la pellicola cinematografica avesse avuto una distribuzione più ampia. “Corri come il vento Kiko” è una canzone felice, da subito, dall’avvio, per merito di Mike, Dave, Mick e Marvin che suonarono bene come sempre; ma il migliore fu Dougie con la sua voce trasparente e romantica. Potrei dire che “Dougie è i Rocking Horse” grazie al timbro unico, alla duttilità e alla potenza delle sue corde vocali cristalline che hanno reso riconoscibilissima ogni loro sigla. Ma senza Mike sarebbero mai nati motivi memorabili come “Candy Candy”, “Lulù” e “Sampei”? E senza la sua versatilità creativa perfettamente fusa con quella di Dougie e senza il suo virtuosismo al pianoforte o alle tastiere avremmo mai avuto in dono gioielli come “Super Dog Black” e “Forza Sugar”? E se eliminassimo i riff e i soli della chitarra di Dave o le geniali costruzioni ritmiche del basso di Mick e il lavoro spesso oscuro, misconosciuto, della batteria di Marvin Johnson potremmo pensare che sono ancora le stesse canzoni e gli stessi Rocking Horse di cui ci siamo innamorati?

In “Kiko” per esempio, il cui arrangiamento non è tra i migliori di Mike Fraser per quel sapore country che stona un po’ con la campagna senese molto lontana dalle fattorie del vecchio West, c’è Marvin, più preciso e inflessibile di un metronomo, che ricorda il mitico Ringo Starr dei Beatles, quasi mai protagonista ma sempre perfetto. E c’è il dialogo continuo e spumeggiante tra la tastiera di Mike e la chitarra di Dave. Dave è uno che emoziona, uno che sa farti vibrare le corde dell’anima che non sapevi nemmeno di avere, anche se in questa incisione non ci regalò nemmeno uno dei suoi riff.

    

A Roma soffiava un vento gelido di tramontana. Era notte e Mike Fraser e Douglas Meakin attraversarono il passo carrabile della RCA a bordo dell’auto di Dougie, un po’ stanchi, un po’ bevuti e un po’ felici, dopo aver messo la parola fine alla registrazione della canzone di Giada e del cavallino cresciuto sui pascoli toscani. L’auto affrontò la rampa e si incanalò nel traffico rado, in quell’ora tarda, del Grande Raccordo Anulare. “Kiko” per i due musicisti apparteneva già al passato anche se nei negozi di dischi non sarebbe arrivato prima del nuovo anno. Dougie al volante era allegro mentre riaccompagnava l’amico a casa, il piccolo appartamento della Balduina dove insieme avevano fatto nascere le sigle che almeno metà dei bambini di tutta Italia conosceva a memoria e cantava davanti alla tivù. Mike guardava davanti a sé oltre il parabrezza le luci delle auto inghiottite dal grigio della strada. Guardava e cercava di decifrare il futuro, di immaginarsi di lì a un anno o a due anni. E avvertì tra i riflessi dei catarifrangenti e il rumore dei motori l’eco della tromba di Miles Davis. Riconobbe le note strazianti e mistiche di una melodia che aveva segnato la sua adolescenza e poi tutta la vita dall’età di undici anni. Capì che non avrebbe resistito a lungo a quel richiamo. Aveva fame di un altra musica.